Philip Reeker, il console americano: «Milano è la New York d’Italia»

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E se Milano fosse in America?
«Sarebbe New York: finanza, moda, design. Sarebbe Chicago: si sa che i milanesi l’adorano, ma lo sa che anche là molti amano Milano?».Quando arrivò, tre anni fa, «non sapevo nulla di questa città. C’ero stato una volta nel 2008, d’inverno, m’ero preso una pausa dall’Iraq ed ero venuto a trovare il mio predecessore. Ma quando mi sono trasferito, di colpo mi sono sentito a casa. Un’atmosfera, un’architettura come a Vienna, Budapest, Berlino, le città al centro della mia carriera. Ho imparato l’italiano. Bellissimo, difficilissimo. Credi di saperlo, poi vai a Roma su un bus e senti che invece la gente parla in romanesco…». Philip Reeker se ne va. È stato il console americano che ha raccontato agli americani il piccolo rinascimento d’una città e nel cuore gli sono rimaste quattro parole: «A place to be. Ricordo che c’era molto scetticismo sull’Expo. Nessuno era sicuro s’arrivasse in tempo. Invece ho avvertito una ventata d’energia. La gente ha cominciato a capire che qualcosa accadeva. S’è vista l’anima vera dei milanesi, hanno fatto diventare questa città un posto dove stare. Anche il presidente di JPMorgan, Jamie Dimon, è venuto a Milano per i cent’anni d’una società che ha molti legami qui».

Gli Obama hanno fatto da traino…
«Hanno avuto un’accoglienza da rockstar. E Michelle, con la gente che l’aspettava in strada. Vuol dire qualcosa che il loro primo viaggio privato all’estero sia stato qui». C’entra anche il cachet, magari, qualche mugugno c’è stato: ma come, Obama conferenziere a pagamento?
«È il mercato, una sua libera scelta. Scrive anche libri. Cose normali. Poi sui media c’è sempre chi critica cose che molti altri invece ammirano».
Lei ha il grado d’ambasciatore. Insolito, per un consolato: a Washington ci considerano l’altra capitale?
«Sono stato nominato ambasciatore da Bush e Obama, qui ho fatto il console generale. Però credo che questa città sia considerata importante per molti aspetti».
Un posto del cuore?
«Il parco del Castello, i giardini di via Palestro, il Duomo, il Poldi Pezzoli, Brera, l’Ambrosiana…».
Inter o Milan?
«Il mio autista è tifosissimo dell’Inter e sono stato influenzato. Ma al derby devo essere neutrale. Se poi viene a giocare qui la Roma, ritorno interista».
Una cosa milanese che ha imparato?
«Fare il risotto».
Un giorno da dimenticare?
«Da dimenticare, no. Però triste: quando c’è stata la strage al night club di Orlando, il giorno dopo c’è stata una manifestazione spontanea. Con le candele. È stata di grande conforto».
Che rapporti ha avuto coi nostri politici?
«Ho conosciuto bene Sala, Pisapia, Maroni. Ho incontrato Renzi e Gentiloni, molti sindaci. Conosco Salvini, l’ultima volta ci siamo visti al derby di San Siro. Io trovo molto interessante la politica del Nord, questo ampio spettro d’idee così diverse, dalla Lega al Pd, da Forza Italia ai Cinquestelle, tutti rilevanti. Io spero che a Washington l’abbiano capito: la politica che conta non si fa solo a Roma».
È vero che coi grillini gli Usa hanno intessuto rapporti molto stretti?
«Chiacchiere. Ho conosciuto Grillo alla nostra prima festa del 4 luglio. Il mio predecessore era ancora qui e abbiamo organizzato un incontro con lui. Ho conosciuto Casaleggio padre. Conosco anche il figlio, ma non lo vedo così spesso. No, è una fantasia pensare che gli Usa possano intrattenere rapporti privilegiati».
Lei ora va a lavorare a Stoccarda, al comando delle forze Usa in Europa. Altri suoi colleghi stanno lasciando la diplomazia, in dissenso con la politica estera di Trump…
«Sono 25 anni che sto in diplomazia. Sono sorpreso d’esserci stato così tanto. Ho lavorato sotto molti presidenti: Clinton, Bush, Obama, Trump, repubblicani e democratici. Noi non siamo politici. Quando entri in diplomazia, giuri di difendere e sostenere la Costituzione. Il presidente ne è una parte: l’importante è ricordare sempre i limiti della Costituzione. Una cosa che il mio Paese s’è conquistato con fatica».
Trump ha molti interessi a Milano?
«Non lo so. Dovreste dirmelo voi! So solo che sua moglie è stata un po’ qui negli anni in cui era modella».
Che cosa si porterà via da qui?
«Tutti i libri che mi hanno regalato sulle città italiane. E la nomina a commendatore: una grande sorpresa. Ho imparato moltissimo dall’Italia, me ne vado dopo averla capita meglio. La diversità da città a città è un vostro punto di forza. Gli italiani tendono a essere molto autocritici, credo dovrebbero stimare meglio la loro eredità culturale e le potenzialità che hanno. Celebriamo in queste settimane i 70 anni del Piano Marshall: chi poteva credere, allora, che col semplice lavoro sareste arrivati a questo stile di vita? Individualmente, siete fantastici e fate cose straordinarie: la sfida è mettersi insieme e fare squadra. Milano, in questi sette anni, è stata un esempio: centrosinistra e centrodestra hanno lavorato agli stessi obbiettivi».

by Francesco Battistini – milano.corriere.it